venerdì 4 novembre 2016

Edicola Fiore

La Locanda di Giò, rubrica del settimanale Confidenze tra amiche, Mondadori

-Edicola Fiore- di Giovanna Sica




La Locanda è tutta accesa dalle cinque di questa mattina.
Ho chiamato a raccolta le mie amiche: c’è tanto lavoro da fare oggi: avrò l’onore di ospitare l’Edicola Fiore. Fiorello! Ho preparato caffè e cappuccini per tutti. Ho fatto i biscotti, i muffin ai mirtilli e fra un po’ metterò in forno la mia specialità: la crostata alla Nutella!
-Allora! Buongiorno a tutti, ma quanti siete, dove ve ne stavate stipati, dentro la dispensa? Giò, grazie di questo invito, lo sai, mi sembra di esserci già stato in questa tua Locanda- esordisce il mattatore siciliano.
-Rosario, magari ci sei passato tanto tempo fa, quando eri il re del karaoke italiano. E comunque, averti qui, che grande gioia!-  assicuro al mio ospite abbracciandolo, - sistematevi come volete, io vado in cucina a cuocere la crostata-.
Ieri sera ho impastato un uovo intero e due rossi con lo zucchero. Poi ho aggiunto la farina, un mezzo cucchiaino di lievito e il burro. Ho fatto una palla, l’ho avvolta nella pellicola alimentare e l’ho messa in frigo. Ora la tiro fuori, la stendo allo spessore di mezzo centimetro, bucherello il fondo con una forchetta e poi tanta Nutella a riempire. E anziché decorare con le losanghe classiche, ci scrivo sopra con lettere di pasta frolla: “ Benvenuta #EdicolaFiore”.
Intanto, sento frusciare risate e canzoni fra i tavoli della Locanda, e poi una grande trepidazione: sta arrivando il politico che tutti amiamo in questo Paese…
-Edicola- strilla Fiorello, -tutti in piedi, ah, siete già in piedi! Meloccaro, mio compagno di conduzione, mi sa che ci dobbiamo alzare solo io e te: standing ovation per Fante Stella, presidente della regione Lolla!- e parte  fragoroso l’applauso dalla sala.
–Caro Fante, siamo onorati di averti con noi- continua il presentatore –ci sono più fan per te stamattina che manco quando è venuto Mengoni, eppure, non sei proprio un gran figo come me! Ti faccio subito la domanda che vorrebbero rivolgerti tutti gli italiani: trent’ anni di politica e nemmeno un avviso di garanzia, come hai fatto?-.
-Ho fatto semplicemente il mio lavoro- risponde tranquillo l’uomo in giacca blu.
-Trent' anni di politica e le persone continuano a fermarti per strada per stringerti la mano, come è possibile?-.
-Cerco sempre di mettermi nei panni di quelli che rappresento-.
-Trent’ anni di politica e non ti sei fatto manco una villa con piscina, un bilocale al mare, una macchina sportiva, una cravatta costosa, niente di niente. Ma chi te l’ha fatto fare, allora?-.
-Nessuna villa a mare sarebbe mai potuta essere più gratificante dell’affetto della gente-.
-Ma quest’uomo è un santo, non un politico! Bisogna cercare nel calendario un giorno libero per dedicartelo! Però, sai Fante, questo tuo essere troppo buono, troppo onesto, non suscita solo ammirazione… Mi dicono che abbiamo in collegamento la sindaca Lura Sura da Spassonia; signora Sura, buongiorno, come mai ci ha telefonato?-.
-Fiorello, la smetta con questo inganno! Fante Stella non esiste, non è vero, è una sua creatura immaginaria- attacca la donna.
-Ma come non esiste, è qua in mezzo a me e a Meloccaro! Se vuole lo faccio toccare alla Signora Cofanella che è proprio dietro di me, così le darà conferma che il Presidente di Lolla è qui in carne ed ossa-.
-E’ un ologramma, è troppo bianco, quasi trasparente! Ma le pare che esiste un politico che la gente ferma per strada per abbracciare? Su, via! Fantascienza!-.
-Signora Sunna, Fante le sembra pallido perché lo vede vicino a Meloccaro,  che è truccatissimo. Autori, per favore, da domani togliete il fard al mio socio perché fa impallidire noialtri, e non in senso metaforico, eh! Chi abbiamo in collegamento via tablet? Non ci posso credere, la signorina Sesè, conduttrice del programma televisivo “Non cerco il principe azzurro ma nu’ guaglione malandrino”.
-Fioreeeeee, ma tu che appunto non sei il principe azzurro, quando ci vieni in trasmissione da me?- si manifesta nello schermo rettangolare la faccia appuntita della signorina Sesè.
-Sesi, dovresti sapere che non sono più sulla piazza da un pezzo!-.
-E vabbeh, lo so che sei sposato. Ma non è che per via di questo dettaglio mi posso scippare gli occhi dalla faccia per non vedere più quanto sei bello- replica, leggermente caustica,  la regina del pomeriggio televisivo italiano.
-Dettaglio? Non sai quanto può essere pericolosa mia moglie, mi sa!-.
-E tu non sai quanto possono essere agguerrite delle zitella croniche come me e le mie concorrenti. Che poi, non è per offendere, ma tolto te non si può guardare proprio nessuno lì dentro. A partire da quel Meloccaro pittato con lo stucco che sta seduto vicino a te. Per non parlare della processione di dolore che tieni dietro: John Wayne, Ruggero, Il Pompa. L’unico che non è ancora andato in andropausa è Il Depresso, ma con quella faccia farebbe passare tutte le voglie pure ad una ninfomane incallita- rincara la dose la signorina Sesè, sistemandosi la scollatura.
-Sesi, sei una grande! Ti sei scordata di Vito detto Agonia che apre il programma assieme a me e del  mio portavoce-.
-Rosa’, io, quei due, non me li sono scordati: li ho proprio saltati per non passare per cattiva. Oh, solo per la scelta dei maschi sei andato a scavare nelle casette del presepe, perché per le femmine non hai badato a spese. Vedo che al piano bar c’è  una bella ragazza dai capelli rossi, e poi non mi è sfuggita quella bonazza che chiamate Moglie del Dottore aggrappata al Depresso. Caro Fiore, mi spiace dirtelo, ma sei un maschilista pure tu-.
-Sesi, ma come! E la Signora Cofanella, che ha i suoi bei anni? Dove la mettiamo la Cofanella, eh?-.
-E vabbuò, mo’ ci mancava pure che al posto della Cofanella ci mettevi Miss Italia!-.
-Aspetta Sesi. Uno figo ce l’ho. Che ne dici di Jovanotti che ci canta la sigla ogni mattina?-.
-Sì, Lorenzuccio non è male, ma non è il mio tipo. Troppo allegro, troppo colorato, troppo “ragazzo fortunato” . A me fai sangue tu!-.
-Sesi, sei terribile! Meno male che sta arrivando Giò a salvarmi dalle tue spregiudicate avances a causa delle quali mia moglie, a quest’ora, avrà già fatto cambiare la serratura della porta. Signora locandiera, ma che spettacolo questa crostata che hai sfornato per noi! Facciamoci una foto con questa torta che poi me la porto  a casa e me la faccio bastare per una settimana. E ora leggiamo qualche notizia: il quotidiano Sta bene riporta in prima pagina la storia di una moglie che stanca delle mazzate del marito, ieri gli ha dato uno schiaffo in seguito al quale l’uomo è svenuto. Una volta sveglio, il tipo voleva denunciare la consorte, ma quando lei l’ha rincorso con la mazza della scopa, l’ex picchiatore se l’è data a gambe levate. Un applauso a questa donna!
Sta finendo pure questa puntata dell’Edicola Fiore in diretta dalla Locanda di Giò, mi raccomando, comprate i giornali: non mandiamo gli edicolanti in mezzo a una strada più di quanto già ci stanno. A domani! E a sorpresa la nostra ostessa ci intonerà la sigla- conclude lo showman di Augusta.
Edicola Fiore, Edicola Fiore, Edicola Fiore alla Locanda ha più sapoooreeee!
-Giò, Giò, cosa stai cantando?- mi scuote la mia amica Daniela.
-La sigla dell’Edicola. Dove sono finiti tutti quanti? E la crostata con la dedica “Benvenuta #EdicolaFiore”?- chiedo, un po’ confusa.
-Giò, mia cara, stavi sognando. Per ora ci siamo solo io e te alla Locanda. Ma stanno arrivando tutti i nostri amici. E tutti gli ospiti che sono passati da qui in quest’anno-.
-E la mia crostata?- .
-E’ ancora in forno. Si sta cuocendo. Vieni a vedere: sopra ci hai scritto “La Locanda di Giò” non “Benvenuta #EdicolaFiore”. E abbiamo comprato pure la candelina: oggi la Locanda compie un anno!-.
-Hai ragione, Daniela. Ora ricordo. Forse ero così emozionata di celebrare il primo compleanno di questa mia creatura che mi sono lasciata cullare da un sogno bellissimo: festeggiare assieme alla banda dell’Edicola Fiore! Sarà che questo posto è magico, ma sembrava tutto così vero…-.
-Giò, sul bancone di legno ho trovato un tablet. Ma se non sbaglio fra queste mura non c’è connessione internet, vero?-.
-E chi lo sa, amica mia. Dai, mettiamoci al lavoro. Ho preparato delle stelle di carta. Le attacchiamo al soffitto col filo di nylon trasparente. Così danzeranno sopra le nostre teste. Sopra il sogno avverato di questa Locanda fatata-.


Ingredienti per una crostata rotonda di 26-28 cm di diametro:
-200 grammi di farina 00
-140 grammi farina 0
-1uovo e due tuorli
-125 grammi di burro (a temperatura ambiente)
-160 grammi di zucchero
-mezzo cucchiaino di lievito
-Nutella




domenica 21 febbraio 2016

Storia vera di Peppino Nasta scritta da Giovanna Sica e pubblicata su Confidenze tra amiche n. 9 del 3 marzo 2015

-La vita è bella-

La vita è bella perché attorno a me succedono un sacco di cose.
Anche se io sto fermo. Immobile, dalla nascita. 
Però, quando di mattina vengo sistemato sulla mia carrozzella, divento parte del mondo. Non più legno duro, ma fuscello. Fluttuante, anch’io. Come le foglie che s’imbrogliano nei rami prima di farsi portare via dal vento. Indaffarato, anch’io. 
Come quelli che accompagnano i figli a scuola e poi corrono al lavoro. 
Solo che io non ho figli e non ho un lavoro. 
Però dal belvedere della piazzetta vicino casa mia, scoperchio i palazzi perché mi piacciono le storie degli uomini. E poi soffio sulle nuvole, per farle impallidire nei giorni in cui mi rubano il sole. La luce.
La vita è bella perché Carla, mia moglie, sorride sempre. 
Eppure, le prime volte che la incontravo, mi stava proprio antipatica. Io le passavo vicino e quella, beata, mi rideva in faccia. Mettetevi nei miei panni: son permaloso, pensavo ridesse di me, della mia condizione. Poi ho capito che no, non rideva di me: Carla ride e basta. Ha questa cosa che tu la guardi e sulla sua faccia si illumina lo splendore. E non c’è risposta e non c’è rassicurazione che non nasca lì, nei suoi occhi neri cosparsi di pagliuzze dorate. Che esplodono, all’improvviso. Era l’otto agosto del 1991 il giorno in cui Carla diventò la mia fidanzata. Eravamo a Rimini: un gruppo di disabili in vacanza. Lei  se ne stava sempre con le sue amiche. Non riuscivo mai a scorgerla da sola. E invece la mattina dell’otto agosto, alle ore undici -e chi se lo scorda?-  Carla era sulla spiaggia da sola. Eh no, cavolo, era in compagnia di un altro uomo. Il sangue mi andò alla testa. Pensai subito: “E questo mo’ chi è? Non è che me la vuole portare via?”. Furente schiacciai bene il pulsante dell’acceleratore  della mia carrozzella e mi intrufolai in mezzo a loro due. E senza saper né leggere né scrivere, e senza lasciarmi intimorire dal fatto che l’altro, il tipo, fosse “normale”, cercai gli occhi di Carla e le feci la mia dichiarazione d’amore. –Devo riflettere- rispose lei serafica. Ci pensò giusto il tempo che impiegò dalla spiaggia a tornare in albergo. Ci penso un quarto d’ora scarso, il più lungo della mia vita. E poi mi disse di sì. E fece di me un uomo felice. Non avevo però calcolato che, una volta tornati a casa, ci saremmo imbattuti in un sacco di difficoltà per stare assieme. Prima di tutto, ero talmente imbambolato che mi ero dimenticato di chiederle il numero di telefono. Come avrei fatto a rivedere la mia bella?Sono un uomo testardo. Scoprii che Carla andava a fare le sue terapie pomeridiane a bordo di un pulmino che guidava un mio amico. Gli stetti addosso fino a che non mi procurò un recapito. La chiamai una sera e mi rispose sua sorella, dicendomi che non c’era e che mi avrebbe fatto richiamare quando sarebbe rincasata. Passai la serata e il giorno dopo a fissare il telefono. Talmente intensamente che mi sembrava di sentirlo squillare, pure se quello continuava a starsene zitto. Del resto, come avrebbe potuto richiamarmi se non avevo lasciato il mio numero? Così, sul limitare del secondo giorno, telefonai nuovamente io. Stavolta rispose Carla. Chiacchierammo un po’, con le nostre voci rotte dall’ emozione. La mia morosa mi diede il permesso di chiamarla tutte le sere alle otto. Però, mi avvertì che, se ci fossero stati in casa i genitori, avrebbe messo il telefono fuori posto, perché suo papà non vedeva di buon occhio il nostro amore. Non perché non gli piacessi, semplicemente si preoccupava per sua figlia: come avrebbe fatto ad occuparsi di un uomo tetraplegico, lei che era affetta dalla sindrome di Little?Come sarebbe riuscita una coppia, “così ben assortita”, come la nostra ad affrontare gli intoppi che si sarebbero presentati tutti i santi giorni? Non lo sapevo allora e non l’ ho saputo mai lungo i ventiquattro anni che ci hanno visto assieme. So solo che io e mia moglie ci amiamo. Che ogni mattina ci svegliamo vicini, nell’intrico accalorato dei nostri respiri. So solo che la bellezza che vedo intorno a me, è stata lei a mettermela negli occhi. E nel cuore.
Siamo stati fidanzati per dieci anni, vedendoci sempre di nascosto. Avevamo un’amica che ci aiutava. Andava a prendere Carla dicendo ai suoi genitori che la portava a mangiare un gelato. Poi passavano a prendere me. Solo così riuscivamo a trascorrere qualche pomeriggio assieme. Questo avveniva ogni due, tre mesi. E l’attesa fra un’uscita e l’altra era davvero insopportabile. Il dieci aprile del 2001 ci sposammo, senza che mio suocero lo sapesse. La madre e gli zii di Carla vennero al Comune per prender parte alla celebrazione del nostro matrimonio. Si erano convinti che noi non avremmo mai rinunciato a stare assieme. E anche mio suocero, col tempo, smise di osteggiarci. Quando Carla venne a vivere a casa mia, suo papà alle volte si fermava a pranzo da noi. Abbiamo avuto anni felici. Mia moglie dice: -Non son state tutte rose e fiori-. E io le rispondo: -Perché tu conosci matrimoni che son tutti rose e fiori? Almeno noi ci amiamo. Che non è poco-.
Alla mattina viene una persona che mi prende dal letto, mi lava, mi veste e mi mette sulla carrozzella. Dopodiché io e la mia sposa usciamo. Ognuno con la sua “motoretta”. Carla con la sua carrozzella va dappertutto: Posta, supermercato, farmacia. Prima cucinava anche, faceva la lavatrice. Ora non ce la fa più. Ma noi non ci scoraggiamo: abbiamo una signora che viene a pulire. E il pranzo lo ordiniamo tutti i giorni al ristorante. Possediamo un furgone e il Comune di Corbara ci ha messo a disposizione  un autista che, due volte alla settimana, ci viene a prendere, carica le carrozzelle  a bordo e ci accompagna dove vogliamo. Quanto ci piace andare a passeggio sul lungomare di Salerno! Oppure a Mergellina, a mangiare la pizza, mentre il golfo di Napoli si incendia al tramonto sotto i nostri occhi incantati.
La vita è bella perché ha inventato ricami inaspettati alle mie giornate:
e se fossi nato “normale” e poi non avessi avuto in dono l’amore? 
A che mi servirebbe correre, allacciarmi le scarpe e bere da solo, se non avessi Carla che mi danza intorno l’intera giornata?
La vita è bella perché tante persone ci vogliono bene. 
E non importa se ce ne sono state alcune che si sono approfittate della nostra situazione per rubarci qualche soldo. Qualcuno di cui magari ci fidavamo. O quella tizia che, forse per colpa delle unghie finte, s’era sbagliata a dare il resto dei soldi a mia moglie che non può contarli da sola, con le sue mani. Certo, sgraffignare qualcosa a noi è peggio che rubare le caramelle ai bambini.
La mia vita è bella e non pensate neanche per un attimo che mi stia passando davanti senza che io possa toccarla veramente. 
Io la afferro dentro gli occhi miei. La accarezzo con le ciglia.
Franco, un mio caro amico, una volta disse a mia moglie che io la tenevo come una principessa. E lei gli rispose: -Perché cos’hanno le principesse più di me?-.

Niente amore mio. Te lo scrivo qui. Non lo scordare mai: la vita è bella perché io ho te.



venerdì 22 maggio 2015

Mario Cherubini




La prima volta che incontrai Mario, lui per me era solo il papà di Jovanotti. Il Babbo, come lo chiama suo figlio Lorenzo.
Era settembre di due anni fa, quando io e Christian, mio marito, decidemmo per una gita a Cortona. Beh, Cortona era la destinazione fittizia; quella vera era casa di Jovanotti. Avevamo pensato che se Lorenzo stava a casa sua, magari, con un po’ di fortuna, saremmo riusciti ad incontrarlo. E così, con un’ incredibile faccia tosta, ci arrampicammo fino al poggio che portava alla sua villetta, con nostro figlio di otto anni e mezzo. E lui oltre ad affacciarsi alla finestra, come canta nella sua famosissima Serenata rap,  varcò il cancello della sua abitazione e venne a salutarci. Ora, non dico che venne fuori proprio per noi; era con sua figlia Teresa, stavano uscendo in moto. Però noi eravamo lì, e potemmo abbracciarlo, fare le foto, qualche veloce domanda e consegnargli una lettera d’amore (ne ho sempre qualcuna con me).
Quando un sogno ti si materializza in mano, perdi tutte le parole …
Credo che mio figlio, quando sarà grande, ripenserà con gioia a questa giornata in cui i suoi due folli genitori l’hanno trascinato in cima ad un poggio. Davanti alla casa di Jovanotti. E non eravamo più una madre, un padre e il loro bambino, ma tre ragazzini alla gita della scuola.
Così scrivevo sul numero 40 di Confidenze del 2013; la mia gita a Cortona diventò un racconto.

Lasciammo casa di Jovanotti che quasi non sentivamo più la terra sotto ai piedi. Mio figlio continuava a ripetere: -E’ altissimo, è fichissimo! E poi ho toccato anche la sua moto-. Io pensavo: “Chissenefrega della moto, io ho toccato lui!”. Solo che, per quanto mi sforzassi, non riuscivo a ricordare se l’avevo baciato. Anche mio marito asseriva piccato che l’avevo baciato, eccome. Dopo l’entusiasmante incontro col ragazzo fortunato, scendemmo in piazza della Repubblica e ci recammo alla bottega di Mario Cherubini, che, con la fortuna sfacciata che tenevamo addosso quel giorno, era proprio sulla porta, ad aspettarci. Con frenesia gli raccontammo della nostra folle sosta sotto casa del suo ragazzo. Lui ci ascoltava e sorrideva. Poi fu lui a parlarci di sé, della sua famiglia, di questo figlio che cantava Io penso positivo e che da piccolo era introverso e sognatore.
Lui parla, noi lo ascoltiamo incantati. Con il pensiero torno a quella canzone di tanti anni fa: Mario. Quella canzone in cui Lorenzo raccontava che suo padre l’aveva portato ai funerali degli agenti della scorta di Moro: -Forse il centro di tutto è quella mano che mio padre mi appoggiò sulla testa, questo è quanto mi resta, un ricordo profondo grande come il mondo. Questo gesto che mio padre ebbe il cuore di fare, questo gesto d’amore mille volte più potente di un pugno in questa notte di giugno in cui scrivo mi fa essere vivo, pronto ad essere padre a mia volta-. Mario, come posso spiegarti che negli anni in cui io crescevo , questa tua mano me la sono immaginata mille volte. E ora eccola:è ancora grande, ancora forte. La stringo nelle mie. Sarei rimasta qui tutta la vita a sentirti parlare. (Confidenze, N.40, 8 ottobre 2013).
A febbraio di quest’anno, io e mio marito siamo tornati  a Cortona. Stavolta, per la prima volta, senza bambini. L’occasione: il Cortona mix Festival, assistere da un palco del Teatro Signorelli allo spettacolo di Roberto Vecchioni. Il cantautore meneghino, da noi molto amato, ci avrebbe regalato canzoni e parole del suo ultimo libro, Il mercante di luce. Una serata bellissima, intensa.

Il vino e le bruschette al Caciobrillo, proprio in piazza della Repubblica, e il ritirarci a piedi in quel b&b, Pane e vino, in cui avremmo voluto dormire già la prima volta che eravamo andati a Cortona. Sì, quello che prometteva la colazione con prodotti biologici che io aspettavo di assaporare da un anno e mezzo e a cui, nella prima gita, avevo rinunciato per non lasciare i bambini dai nonni.

Ecco, più che la marmellata di fichi, che pure si rivelò buonissima, io sapevo che all’indomani ci aspettava un altro emozionante appuntamento: la bottega di Mario. E stavolta non fu nemmeno necessario spiegargli alcunché. Ci mettemmo a parlare con una disinvoltura straordinaria. Con mio enorme rammarico, scoprii che non aveva mai ricevuto la copia del Confidenze in cui c’era il mio racconto A casa di Jovanotti, eppure un ristoratore di Cortona mi aveva promesso che gliel’avrebbe consegnato. Gliene lessi un pezzetto, e lui si commosse, soprattutto nella parte in cui parlavo di lui …
L’incontro con Mario mi dà quasi più gioia di quello con il figlio, se è possibile. Quest’uomo fantastico che mi trovo di fronte deve avere quasi ottant’anni ed è di una bellezza incredibile. E’ alto e maestoso, come una montagna. Ha l’azzurro negli occhi e la luce nel sorriso.
Passammo l’intera mattinata a chiacchierare. Il suo computer era aperto sulla pagina di un blog in cui si parlava di suo figlio e del nuovo album Lorenzo 2015 cc, ricordo ancora il titolo del post, Perché Jovanotti spacca, -tredici pagine, vi rendete conto- continuava a ripetere Mario, -non ce la farò mai a leggerlo tutto!-.

E poi ci raccontò dei suoi cinquant’anni al Vaticano. Di come fosse diventato per caso un gendarme dello Stato Pontificio. Ci parlò dei papi che aveva conosciuto,  e si vedeva che era molto orgoglioso del suo lavoro-.  –La sua vita è molto interessante, Mario. Le va se le scrivo un articolo per la rivista con cui collaboro?- azzardai sull’onda dell’entusiasmo. –Ne riparliamo la prossima volta che tornerai a Cortona. Ti vorrei regalare un bel rosario che ho a casa, perché sei una bella tipa, Giovanna – si complimentò il Babbo, con quella sua voce che teneva tutte le cose dentro, un po’ ingarbugliate, ma che poi venivano fuori chiarissime, come per magia.  –Ora dobbiamo proprio andare, Mario. La prossima volta che ci incontreremo, accetterò volentieri il suo regalo-. Intanto arrivò pure Felice, la persona che lo aiutava per le incombenze quotidiane. Proprio quella notte aveva soccorso Mario che era caduto in casa, senza farsi nulla di grave, per fortuna.
Diciannove aprile 2015. Una giornata di lutto nero: un barcone di migranti naufraga nel canale di Sicilia. Si parla di settecento morti. Sono talmente presa dalla mattanza che non sento e non vedo nient’altro. Passo ore a telefono con un militare della GdF che ha fatto parte per dodici anni dell’operazione Mare Nostrum, per scrivere subito un articolo. Ho una sola ossessione quella domenica: raccontare la disperazione dei migranti ammucchiati fra quelle lamiere arrugginite, buttati in mezzo al mare.  Solo nel pomeriggio vedo che la mia bacheca fb è piena di link con cui le mie le mie amiche lettrici cercano di mettermi al corrente di un’altra disgrazia: è morto Mario. Loro sanno delle mie visite al Babbo; avevo postato pure la foto della crostata alla nutella, con tanto di dedica Grande Mario, che avevo mandato al signor Cherubini dopo il nostro secondo incontro, insieme alla famosa copia del Confidenze che non aveva mai ricevuto. Lui era stato felice della sorpresa.

Grande Giovanna!, aveva scritto in un messaggio, ringraziandomi. Si era fatto una foto con la torta e l’aveva messa sulla sua pagina fb, con l’entusiasmo di un ragazzino. Mario non c’e più.  Non ci sarà una terza volta, quella in cui mi avrebbe regalato il rosario. Non ci sarà mai quell’intervista in cui, forse, mi avrebbe raccontato cinquant’anni di Vaticano visti dai suoi grandi occhi azzurri; ma, sia chiaro, solo cose risapute, che si potevano dire, di certo non mi avrebbe svelato i segreti dei papi, lui che aveva fatto giuramento di non portare mai fuori da quelle mura ciò a cui aveva assistito. E, se li è portati con sé Mario, nel posto in cui ora si trova, quei fatti della Chiesa che mai avrebbe tradito.
Sono io invece che mi sento tradita, dalla vita e dalla morte che decidono per noi e se ne fregano dei discorsi, dei pensieri e dei sogni che noi stavamo ricamando per i nostri giorni a venire. Io che ho dovuto mettere la distanza di un mese fra me e il giorno in cui Mario se n’è andato, perché subito, non sarei mai riuscita a cacciar fuori queste parole. Mario che la prima volta era solo il papà di Jovanotti, la seconda divenne Mario e basta. Un uomo meraviglioso. Col candore di un bambino. Che mi ha raccontato di sè, della sua famiglia, come se non fosse pienamente consapevole di essere il Babbo nazionale. O forse, dall'alto dei suoi ottantun'anni, a Mario bastava guardarle in faccia le persone per capire se si poteva fidare.

Mario,
ovunque tu sia, sappi che le tue confidenze resteranno gelosamente custodite nel mio cuore. Per sempre! La tua bella tipa! :) 

domenica 10 maggio 2015

Quante mamme!


"Buongiorno alle mamme che ho raccontato da quando collaboro con Confidenze. 
Mi sembra di vederle ora, tutte in fila. 
Sofferenti, rassegnate, concitate, innamorate. 
Ripesco nella memoria Elena: voleva i pantaloni e che suo figlio accettasse che aveva un fidanzato che non era suo padre.
Lisa che durante un pranzo della domenica fece la sua rivoluzione. 
Maddalena. Per una stupida infatuazione portava da 12 anni una cicatrice sulla faccia.
Serenella, verso un'orizzonte a metà.
Imma che ha imparato ad urlare anche per suo figlio che se ne stava in silenzio, in un mondo in cui le non poteva entrare.
Grazia che a piedi nudi va, per sentieri sbrecciati.
Caterina che non aveva partorito lei suo figlio Antonio; ma le toccò tenerlo fra le sue braccia mentre moriva.
Rossella, raggiante coi suoi gemelli stretti al cuore e Lucia che, in un giorno di pioggia, decise che il corpo bellissimo della sua bambina avrebbe salvato altre persone.
Queste, alcune delle mamme insieme a cui ho pianto e sorriso. Incassato colpi, ma anche capovolto tavoli.Ognuna di loro mi ha lasciato qualcosa di sè. Tutte mi hanno insegnato che, oltre all'amore, ci vuole coraggio per essere mamma.
A loro dedico il mio BUONGIORNO di oggi ♡
E ringrazio Susanna Barbaglia per aver accolto le loro storie, sempre con grande affetto.
BUONGIORNO alle mamme che ho raccontato "

Ieri ho inaugurato sulla mia bacheca fb la rubrica del BUONGIORNO. Non era nei miei progetti. L'avevo pensato la sera prima e  ... et voilà, detto, fatto. Potrei estendere anche a questo luogo a me tanto caro alcuni dei miei post. Quello che leggete su, l'ho scritto stamattina. Ho preso in mano il telefono e ho pensato subito di dedicare alle mamme che ho raccontato su Confidenze il mio buongiorno. Le donne citate son le prime che mi son venute in mente, ma tutte, tutte quelle che mi hanno confidato la loro storia, son gelosamente nel mio cuore.
Mio marito mi ha fatto trovare la tavola imbandita per la colazione. Lorenzo mi ha letto una lettera d'amore e Isabel Patrizia, la figlia femmina, si è arrabbiata a morte perchè tutto questo avveniva quando lei era ancora nel suo lettino. Ci son volute ore perchè si decidesse a perdonarci e a darmi il disegno che aveva fatto per me ...

Poi siamo andati al ristorante e lì non ho resistito.
Al tavolo affianco sono arrivati in tre: una donna sui 40 anni, suo marito e la suocera. Si capiva bene che era la madre di lui perchè l'anziana, e niente affatto simpatica, signora parlava solo al maschio della comitiva, come se la bionda moglie non esistesse. Son tutte belle le mamme del mondo. Di fronte ho un tavolo lungo e affollato: la classica organizzazione familiare fra cognate che si detestano. Ce ne è una, tutta griffata dalla testa ai piedi, che manco è arrivata e già ha sclerato con la figlia, capricciosa e griffata più di lei, se fosse possibile. Come si dice: il frutto non cade mai troppo lontano dall'albero. Sotto la finestra con le tendine di pizzo macramè c'è una famigliola tenera: mamma, papà e figlio sui sette anni. E si vede che la mamma è contenta. Vanno via prestissimo, subito dopo aver preso le fragole con la panna per dessert.  Il loro tavolo viene subito rimpiazzato: lei è davvero bella e molto curata. Giovane, anche. Eppure è la mamma di due bei ragazzi adolescenti. Ipotizzo sia separata, e non sono la sola. Il tipo che le sta seduto di spalle, quello coi capelli neri tinti, si gira spesso per dire qualche scemenza e fare il broccolone. C'è stato un momento in cui ho pensato che la moglie, che non è scema come lui, gli avrebbe spaccato la bottiglia di vino in testa. Chissà se qualcuno dei commensali presenti in questa sala ha guardato noi. Sarei molto curiosa di sapere come sembriamo da fuori. Io non ho mai cacciato il telefono dalla borsa, nonostante lo sentissi strillare in continuazione. Mi son goduta le prime melanzane a funghetto di quest'anno. E un risotto noci e formaggio davvero buono. Soprattutto, mi son goduta i baci e gli abbracci dei miei bambini, che mi ripagano di tutto quanto.
Così, anche stavolta, son riuscita a trovare una via di mezzo fra la vita e il suo racconto. E sento di non essermi persa niente. Anzi.
Mentre andiamo via, sulla panchina in mezzo ai fiori, c'è una donna con una piccolina di pochi mesi. Si chiama Benedetta, è scritto sul suo bavaglino. La sua mamma non si sazia mai di baciarla, di annusarla.
Come la capisco. E pure se non sono tutte belle le mamme del mondo, questa lo è di sicuro!
Baci, tanti :)

mercoledì 25 marzo 2015

Pino Daniele, Tullio De Piscopo e James Senese


Articolo di Giovanna Sica, pubblicato su Confidenze, Mondadori, numero 12



Il 4 gennaio scorso, quando il buio si è fatto profondo, è volato in Cielo Pino Daniele. La botta al cuore l’abbiamo avvertita tutti in quella tragica notte. Chi non gli è debitore di  un’emozione vissuta con la sua colonna sonora? Lui era dentro la vita di ognuno di noi. Te la suonava e te la cantava, quell’emozione.
La sua è la storia di uno scugnizzo che, a muso duro, era partito per la rivoluzione con la chitarra in mano. Il capo rivolta che a 21 anni aveva già scritto “Napule è”, manifesto di una città splendida e difficile. Giuseppe Daniele, primogenito di sei figli, venne affidato per questioni di povertà a due zie che abitavano nel centro storico di Napoli. Fin da bambino la sua vita fu impregnata di musica. Imparò da autodidatta a fare magie con la sei corde. I piedi ben piantati nelle sue radici non gli hanno impedito di dare una scossa alla tradizione partenopea. Ha abbracciato tanti generi musicali: il blues, il soul, il funky, il jazz, il pop, il rock. I suoni latini, africani, arabi. Ha dissacrato i simboli della napoletanità (‘o sol, ‘o mar, ‘na tazzullella ‘e cafè) e l’ha fatto per liberarli dagli stereotipi.

Ha cantato la semplicità degli uomini. “Fortunato” (1976) che vende i taralli nei vicoli di Napoli . “Donna Cuncetta” che si è fatta vecchia e si sente “una pezza” in mano alla gente. Poeta di quei tempi di mezzo, dello “stare bene a metà”.Quegli stati d’animo che non sono chiari a tutti. D’altronde, lui era un uomo in blues. Uno che aspettava la pioggia (Quanno chiove). Il sole, anche. -Magari sotto un ombrellone rabberciato-, suggerisce il mio amico Carlo, come sulla copertina di “Schizzechea with love” (1988). Pino Daniele ha collaborato con tutti i più grandi artisti italiani ed internazionali perché adorava le contaminazioni. Il lazzaro felice con la voce leggera ha camminato sul mondo, Napoli sempre sulle spalle. Trentatré album, milioni di fan. Ha fatto quello in cui credeva, fedele a se stesso e al suo desiderio di fare musica (e allora esco con la giacca di sempre/questa faccia che non mi riesce/a nascondere niente, “Niente è come prima”, 2012). Il 19 marzo il mascalzone latino avrebbe compiuto 60 anni. E’ bello credere che stia ridendo a crepapelle, da qualche parte, con l’amico Troisi, come in una trasmissione di Minà. Ma è altrettanto dannatamente bello ricordare il nero a metà sul palco, in mezzo al fratello bianco che scompiglia l’aria con le sue bacchette e quello nero che soffia nel suo strumento. Tullio De Piscopo (alla batteria) e James Senese (al sax) sono due illustri esponenti del supergruppo storico di Daniele.

Tullio De Piscopo

Ci incontrammo per la prima volta un venerdì. Te lo ricordi? Pizzeria Port’ Alba. Anno 1977. Ci piacemmo subito. La nostra collaborazione cominciò col disco “Vai mo’” ; la nostra amicizia nell’istante in cui ci ritrovammo davanti a quella pizza. Quanto è stata gentile la vita a mettere sul tuo cammino me, James Senese, Rino Zurzolo, Tony Esposito e Joe Amoruso. Abbiamo fatto delle cose pazzesche assieme. E chi se la scorda l’emozione del 19 settembre 1981! Il primo grande concerto in piazza del Plebiscito che fino a quel giorno era stata solo un parcheggio. Duecentomila persone per noi. Tenevamo “arteteca”(non riuscivamo a stare fermi). Quel fenomeno fu chiamato neapolitan power: una manciata di scugnizzi che conquistavano l’Italia. Alleria.
E mo’? E’ passato ancora troppo poco tempo da quella maledetta notte. Ma il tempo non potrà mai essere abbastanza per riempire questa assenza, per sanare questo mio cuore scippato. Eravamo amici da quasi 40 anni. E anche nei giorni che ci hanno visto lontani, i miei silenzi erano sempre rivolti a te. Se scoprivo una città col mare o compravo un giubbotto nuovo, io pensavo  a te. -Chissà se a Pino piacerà- mi chiedevo. Perché il mio era ed è amore verso l’uomo prima che il musicista geniale e visionario che esaltava le mie capacità. Amo la tua faccia da indiano. Tu sei Geronimo e io Cochise. Per sempre. E mo’? Ora mi tengo stretto il tuo ultimo dono: le tre magliette che mi regalasti durante il tour “Tutta n’ata storia” del 2013. Io mi presentai tanto bello con la camicia e la cravatta bianca, ma tu dicesti che la camicia era per i “chiattulilli” (cicciotelli), che a me stavano bene le t-shirt. –E dove la prendo ora una t-shirt adatta?- ti contestai io, ma non ci fu bisogno di cercarla da nessuna parte. Andasti tu a comprarmela. Impegnato com’eri, trovasti il tempo. Di giorno ti penso e di notte prego per te, mentre una lacrima amara, di sale, mi riga la faccia. Appocundria.
Ho ancora in bocca il sapore dell’ultimo bicchiere di vino rosso assieme, non andrà mai completamente giù. Resterà come resti tu, amico mio. Buon compleanno Pino, continuerò a cercarti dentro quei miei silenzi rivolti a te.

James Senese

Si sarà stupito l’amico Massimo (Troisi) trovandoti sulla porta del Paradiso. Si sarà affacciato subito il maestro Carosone. Poi, proprio perché noi napoletani siamo vivaci, la notizia sarà arrivata immediatamente pure a Roberto Murolo ed Eduardo Caliendo. Tutti in piedi ad accogliere te, l’uomo in blues. Comm stai Pino? In molti, dopo che te ne sei andato, sono venuti a chiedermi di quella alchimia che c’era fra di noi. Fra il mio sax, la tua voce e la tua chitarra. E come gliela spiego? Al sax non gli puoi raccontare bugie: ci soffi dentro l’aria e l’anima che hai in corpo e quello ti regala suoni che rimangono sulla pelle, come tante piccole cicatrici. E io questo sound struggente lo riuscivo a inventare per te. Per le tue canzoni che amo. Prima di incontrarti, la musica per me era solo protesta contro il sistema. Con te ho iniziato a suonare anche l’amore, che era già dentro di me, solo che io non lo sapevo. Per noi è stato naturale scambiarci la pelle, fin da quella prima volta che, da ragazzo, venisti a casa mia per chiedermi di suonare nel mio gruppo (Napoli Centrale). E ti prometto una cosa, amico mio: come ti aiutai allora, lo farò anche adesso che tu non sei più qui. Difenderò coi denti il tuo patrimonio artistico perché tu sia ricordato per quello che eri: il grande cantautore e musicista che è riuscito a portare nel mondo una Napoli nuova. Le emozioni forti che vivevamo sul palco non si possono descrivere. E’come quando scorgi in cielo un disco volante: l’hai visto solo tu, nessuno ti crede. Beh, noi quel disco volante non l’abbiamo solo visto, ci siamo saliti a bordo. Abbiamo fatto viaggi fantastici in mondi lontani e, come in un sogno, ovunque andavamo il pubblico recepiva il nostro sound e capiva il tuo napoletano manco fosse stato inglese. Solo che non è stato un sogno: è proprio così che è andata. Perché tu eri vero ed arrivavi al cuore della gente.

 Buon compleanno, fratello nero a metà.

sabato 23 agosto 2014

Festival "Sui sentieri degli Dei" ad Agerola


Agerola. Che posto incantevole che è Agerola. Si svolge qui fra luglio ed agosto il Festival  “Sui sentieri degli Dei”.
E il 13 agosto scorso c’è stata una serata che non potevo perdermi: “Note e poesie” , con consegna del premo Salvatore Di Giacomo a Roberto Vecchioni.
Il cantante lombardo, figlio di napoletani, è completamente a suo agio in mezzo a tanta bellezza. In mezzo a tanta meravigliosa napoletanità. E’ un concetto a lui caro, questo. E gli spiace davvero che alcuni abitanti della nostra bella penisola non conoscano e non apprezzino la storia, le virtù e i preziosismi di questo antico, mai fuori moda “brand”. La napoletanità.
Vecchioni ricorda che il regno di Napoli è stato il primo e il più prestigioso d’Italia. E che i re, che venivano in questa terra, decidevano di scordarsi della loro lingua per mettersi a parlare napoletano. Perché il dialetto campano era ed è irresistibile.
E’ stata la canzone partenopea a riconciliare il popolo con la borghesia. Ad ispirare l’Opera. A far conoscere al mondo quel magico tratto distintivo che è la napoletanità. Quell’arte speciale di creare. Di inventare ed inventarsi. Riciclare e riciclarsi. Quello speciale modus vivendi che ti  porta a saper ridere e piangere di tutto. Camparsi la giornata. Quel talento invidiabile dei grandi poeti e cantanti napoletani di raccontare i sentimenti. Lo struggimento. L’amore che non passa.
Di quel Salvatore Di Giacomo, a cui è dedicato il premio che ritirerà, Vecchioni intona: “Era de maggio” .
“Era de maggio e te cadéano ‘nzino,
a schiocche a schiocche, li ccerase rosse …”.
Ah potere evocativo delle parole!
Mi sembra di sentirlo il profumo di queste “Schiocche di ccerase”.
Di vederle e di non poter più distogliere lo sguardo per quanto son belle.
Il Professore confessa che la sua canzone napoletana preferita è : “I’ te vurrìa vasà”.
Che c’è tanto di quel sentimento in: “I’ te vurrìa vasà/ma ‘o core nun mm’ ‘ o ddice/  ‘e te scetà …/I’ mme vurrìa addurmì/I mme vurrìa addurmi/vicino o sciato tujo/n’ora pur’ i’…” , che non serve cercare altre parole per dire quanto bene possa passare tra due persone.

Sotto questo palco appoggiato alle stelle, la canzone invece che più di tutte è entrata nel cuore mio è: “Voce ‘e notte”.
Oltre ai versi, sorprendenti e potenti, è la storia di questa composizione che mi fa emozionare.
Edoardo Nicolardi era un poeta. Uno che campava di parole. E si innamorò della sua giovane vicina di casa, Anna Rossi. Come si flirtava a quei tempi? Come si consumava un corteggiamento nei primi anni del Novecento? Beh, con gli sguardi.
Bastava “ na guardata”. Che saziasse il cuore nell’attesa di un altro, furtivo incontro.
Con poche, semplici frasi di cortesia. Mentre si sarebbero volute trovare le parole più belle mai inventate, per dirsi amore e voglia di stare assieme. E invece “tutt’e duje, scurnuse,nce parlàvamo cu ‘o vvuje”. Poi però Edoardo si spogliò di quei panni “scurnusi” e andò a parlare con Gennaro, padre di Anna, per chiederla in sposa. Costui era un freddo calcolatore a cui poco importava dei sentimenti di sua figlia. Gennaro Rossi era un ricco commerciante di cavalli. E avrebbe accolto come genero solo il pretendente che si fosse presentato a lui con una cospicua dote. Così mise subito alla porta il povero Edoardo e si affrettò a trovare un buon partito per sua figlia. Nel giro di due mesi, la piccola Anna, diciott’anni e un cuore puro, si ritrovò sposata con un uomo di settantacinque anni.
Siete mai stati ad aspettare sotto la finestra della persona amata? A vedere se si affaccia? Io sì. Nicolardi sì. E non lo so se ci vai solo per trovarti nello stesso posto in cui batte il cuore dell'amato o con la speranza segreta di vederlo comparire, quel volto che conosci a memoria, da dietro le lastre di casa sua, come una visione. Edoardo ci va tutte le notti sotto la finestra di Anna. Ed una volta davvero gli pare di scorgere l'ombra della donna. Va al Caffè Gambrinus, che affaccia  su piazza del Plebiscito, e scrive di getto i versi struggenti di “Voce ‘e notte”.
“Si ‘sta voce te canta dint’ ‘o core
Chello can un te cerco e nun te dico;
tutt’ ‘o turmiento ‘e nu luntano ammore,
tutto ll’ammore ‘e nu turmiento antico …”.
Gli amori impossibili fanno tremare. E non ci si può rassegnare. Cacciarli dal cuore. Continuare a vivere come se niente fosse.
La storia di Edoardo ed Anna ha un gran bel finale. Dopo due anni di matrimonio, Pompeo Corbera, lo sposo un po’ attempato di Anna, muore. Edoardo la chiede nuovamente in moglie. Stavolta Anna è vedova. Non ha più bisogno del permesso di suo padre per sposare il tenero poeta. Le loro vite si intrecceranno profondamente. Nasceranno ben otto figli da questa unione. Solo la morte li separerà, un po’.
Quindi l’amore vince sempre? E chi lo sa. Certo, Nicolardi, quella notte che tirò fuori dal suo cuore sofferente lo splendore di “Voce ‘e notte”, non immaginava mica che stava dando vita ad una delle più belle canzoni napoletane mai scritte. Così come non sapeva che sarebbero passate quelle notti di struggimento sotto la finestra della donna amata. Che ce ne sarebbero state altre, di abbracci caldi e mai sazi. Forse, visto che poi quell’amore impossibile divenne reale, dovremmo ringraziare quel padre avido, che opponendosi all’amore di un  giovanotto squattrinato, gli mise in petto questo bellissimo madrigale.

Durante la serata, a Vecchioni viene regalata una maglietta. E lui, senza scomporsi un solo istante, si toglie quella che indossa e mette su questa T-shirt con la faccia bella di Massimo Troisi. Questo sì che è un vero, carnale, gesto di napoletanità.
Accompagnato dalla chitarra di Massimo Germini, il cantautore meneghino fa dono alla folla accorsa ad acclamarlo, di alcune delle sue più belle canzoni. Proprio quelle che gli chiede il pubblico. Urlando il titolo di brani antichi mai dimenticati. Come “Figlia” . O “Luci a San Siro”. Mettendogli una richiesta direttamente in mano. Dentro ad un biglietto stropicciato. Scritto da qualcuno che vuole emozionarsi sulle note di “Celia de la Cerna”. E lui, il Professore, mica si sottrae. Si dà. Improvvisa. Da vero napoletano.
A Gianni Simioli, conduttore radiofonico,  il compito di tenere assieme tanto entusiasmo.
Ed è proprio lui a chiedere che tutte le luci del palco vengano spente per un minuto.
Per tirare su gli occhi e guardare le stelle. Siamo ad agosto. Potremmo vederne qualcuna cadere.
E pure se non succedesse, pure se in questo lunghissimo, delizioso minuto restassero tutte lì, attaccate strepitosamente al cielo, tutta la bellezza che c’è quassù, avrà comunque riconciliato col mondo tutti i fortunati presenti.



venerdì 7 marzo 2014

-Allacciate le cinture- Ferzan Ozpetek

Ho appena visto questo film. Non è mia intenzione raccontarvelo. I film son come le canzoni. Non si raccontano. Non si spiegano. Si vivono. E io, "Allacciate le cinture", l'ho appena vissuto. E' qui con me. Prima ero io con tutte le cose che avevo, ora ho anche "Allacciate le cinture". Lo sento. E' come un virus. Mi  è entrato sotto la pelle e ora si piazzerà sul cuore mio. Non volevo alzarmi dalla sedia quando la proiezione è finita. Un tizio è venuto a dirmi: -Guardi che il film è finito.- E mi guardava con quei suoi occhi trasparenti, senza amore. Forse, avrà addirittura riso dei miei di occhi. Scintillanti e gonfi. E di me che non riuscivo ad uscire da dentro questo film. "No che non è finito imbecille" gli avrei voluto rispondere. Sono rimasta là. Con tre amici appesi ad una risata felice.
 Con Rino Gaetano che urlava il suo dolore. Ma quel dolore, "a mano a mano", diventava gioia. Amore. Perchè è così che è la vita. E' tutto e il contrario di tutto.

Elena. Elena ha grandi occhi. Che dicono cose che lei non vorrebbe. Elena ha un amore che le esplode in petto e non la fa deglutire davanti a lui, Antonio. Il cuore le fa sentire la sua spinta alla gola. Ha una vena sul collo a cui non sa impedire di tradirla. Di decidere per lei. Elena non ha scampo. Non ha scelta. E' l'amore che ha scelto per lei. Elena deve solo adattarsi. Ci sarebbero tutti i motivi del mondo per non farlo e non c'è nessuna buona ragione per finire fra le braccia di quest'uomo. Ma, all'amore non gliene frega niente di tutti i pensieri giusti e pensati a fin di bene. In quei pochi istanti in cui decide di cambiare tutta la sua vita, forse Elena avrà calcolato tutte le possibilità.  Magari avrà pensato: "Ora respiro più forte e quest'urgenza passerà". E invece non passa. Non ha alcuna possibilità, se non quella di amare Antonio. E neanche respirare le viene più facile mentre i suoi occhi non sono dentro quelli neri di lui. Che vive il suo stesso tormento. Non ha molte parole per raccontarle quello che prova, ma ha questi maledetti occhi neri e grandi,da cui è impossibile scappare ...

Fabio. Filippo Scicchitano è bravissimo nei panni di Fabio. 
Racconta di una scena che ho già vissuto da qualche parte: -E quella sera a casa mia si dava una festa, i grandi chiacchieravano i salotto, le porte spalancate sul giardino, e il profumo dei tigli che entrava. Io e Yusuf in camera, il giradischi acceso, un bacio per provare, per vedere che effetto fa. Ma tu baci con la lingua, sei capace? E all'improvviso, quel padre che non c'era mai e poi c'era anche troppo, entra come un pazzo nella stanza, mi prende a schiaffi, mi strattona, urla:" Sei un pervertito!" Si volta, ora colpisce Yusuf. E vedo il sangue, che macchia il suo bel viso. Di là mia madre, gli ospiti, i genitori di Yusuf, in silenzio. Ricordo ancora l'umiliazione, le lacrime, l'incomprensione.-. Certo, è "Rosso Istanbul". E' lì che ho già vissuto questa scena. E' lì che ho già pianto per questo dolore. 
E ho pianto per quasi tutta la proiezione del film. Lacrime buone, che fanno bene. "A mano a mano si scioglie nel pianto" il silenzio. Si scioglie nel pianto la miseria della nostra condizione umana. Ma anche la felicità. I tratti di splendore che illuminano ogni vita. Si scioglie nel pianto l'amore che, come aveva già detto Ozpetek, è "una mazzata fra capo e collo". La vita che a volte ci spoglia e ci lascia nudi sul balcone ad aspettare che piova. O che arrivi il sole, da qualche angolo di cielo, che proprio non te l'aspettavi. La vita che è imperfetta come due genitori che lo sanno che non si litiga davanti ai figli. Che lo sanno che i bambini curvano le spalle e fanno quella faccia lì, ma, lo stesso, non sanno fermarsi. Si scioglie nel pianto il mondo che è pieno di gente che si ama, ma che, ormai, sa parlarsi solo dandosi la schiena. Come se guardarsi negli occhi fosse diventato insopportabile. Si scioglie nel pianto ogni storia in cui ci sono persone che si ammalano, che però guariscono. Ma anche no. E se ne vanno ancora carichi di desideri. Di sorrisi sghembi. Di occhi affamati. 
Ho amato questo film, e questo mio nuovo amore non credo si consumerà tutto stanotte.
Ho amato questo film e quella musichetta malinconica che ritorna.
Ho amato questo film perchè le storie che mi passavano davanti agli occhi le sentivo così vere da poterci entrare dentro in ogni momento. Rischiando però di non poterne più uscire. 
Fui felice quando seppi che Kasia Smutniak sarebbe stata la protagonista femminile. Un pò meno (leggi: molto meno) di Francesco Arca come protagonista maschile. E invece Arca è stato bravissimo. E la sua imponente ed ingombrante fisicità è diventata solo uno strumento per esprimere Antonio, il suo personaggio. 

Antonio che non riesce sempre a fare la cosa giusta. Che annaspa dietro ad Elena, che sembra così perfetta. Antonio che ama con la purezza disarmante dei bambini.
Ah, vorrei dirvi tante altre cose! Dei splendidi battibecchi amorosi fra Viviana/ Dora ed Anna. Elena Sofia Ricci e Carla Signoris. Della voglia immensa di vita che c'è nelle risate spaventate di Egle. Paola Minaccioni. Degli occhi belli di Silvia. Carolina Crescentini. Dell' umanità di Diana. Giulia Michelini. Della bellezza sfacciata ed esasperata di Maricla. Luisa Ranieri. Di Maria Sole Piccinni, una meravigliosa piccola attrice, che esprime, in maniera eccellente, il triste disagio che, a volte, vivono i bambini nelle loro famiglie. Vorrei passare questa nottata appena cominciata a scrivere di questo film, ma non posso. Non sarebbe giusto. Andate al cinema a vedere "Allacciate le cinture", se vi va, e poi ne parleremo. Di come  un sentiero che porta al mare possa sbrecciare i confini del tempo. Di un corpo. Di un foulard rosso.


Non ho cenato stasera per la troppa emozione. Solo una birra. Patatine in busta alternate a semi di zucca e di girasole (per non sentirmi troppo in colpa). E poi gli ultimi scampoli di dolci del mio compleanno. Il mio tiramisù e la torta caprese della mia amica Valeria. Non chiedetemi le ricette, son quasi le due di notte. Sono di sicuro in qualche post più vecchio. Buonanotte, vostra giò.