venerdì 7 marzo 2014

-Allacciate le cinture- Ferzan Ozpetek

Ho appena visto questo film. Non è mia intenzione raccontarvelo. I film son come le canzoni. Non si raccontano. Non si spiegano. Si vivono. E io, "Allacciate le cinture", l'ho appena vissuto. E' qui con me. Prima ero io con tutte le cose che avevo, ora ho anche "Allacciate le cinture". Lo sento. E' come un virus. Mi  è entrato sotto la pelle e ora si piazzerà sul cuore mio. Non volevo alzarmi dalla sedia quando la proiezione è finita. Un tizio è venuto a dirmi: -Guardi che il film è finito.- E mi guardava con quei suoi occhi trasparenti, senza amore. Forse, avrà addirittura riso dei miei di occhi. Scintillanti e gonfi. E di me che non riuscivo ad uscire da dentro questo film. "No che non è finito imbecille" gli avrei voluto rispondere. Sono rimasta là. Con tre amici appesi ad una risata felice.
 Con Rino Gaetano che urlava il suo dolore. Ma quel dolore, "a mano a mano", diventava gioia. Amore. Perchè è così che è la vita. E' tutto e il contrario di tutto.

Elena. Elena ha grandi occhi. Che dicono cose che lei non vorrebbe. Elena ha un amore che le esplode in petto e non la fa deglutire davanti a lui, Antonio. Il cuore le fa sentire la sua spinta alla gola. Ha una vena sul collo a cui non sa impedire di tradirla. Di decidere per lei. Elena non ha scampo. Non ha scelta. E' l'amore che ha scelto per lei. Elena deve solo adattarsi. Ci sarebbero tutti i motivi del mondo per non farlo e non c'è nessuna buona ragione per finire fra le braccia di quest'uomo. Ma, all'amore non gliene frega niente di tutti i pensieri giusti e pensati a fin di bene. In quei pochi istanti in cui decide di cambiare tutta la sua vita, forse Elena avrà calcolato tutte le possibilità.  Magari avrà pensato: "Ora respiro più forte e quest'urgenza passerà". E invece non passa. Non ha alcuna possibilità, se non quella di amare Antonio. E neanche respirare le viene più facile mentre i suoi occhi non sono dentro quelli neri di lui. Che vive il suo stesso tormento. Non ha molte parole per raccontarle quello che prova, ma ha questi maledetti occhi neri e grandi,da cui è impossibile scappare ...

Fabio. Filippo Scicchitano è bravissimo nei panni di Fabio. 
Racconta di una scena che ho già vissuto da qualche parte: -E quella sera a casa mia si dava una festa, i grandi chiacchieravano i salotto, le porte spalancate sul giardino, e il profumo dei tigli che entrava. Io e Yusuf in camera, il giradischi acceso, un bacio per provare, per vedere che effetto fa. Ma tu baci con la lingua, sei capace? E all'improvviso, quel padre che non c'era mai e poi c'era anche troppo, entra come un pazzo nella stanza, mi prende a schiaffi, mi strattona, urla:" Sei un pervertito!" Si volta, ora colpisce Yusuf. E vedo il sangue, che macchia il suo bel viso. Di là mia madre, gli ospiti, i genitori di Yusuf, in silenzio. Ricordo ancora l'umiliazione, le lacrime, l'incomprensione.-. Certo, è "Rosso Istanbul". E' lì che ho già vissuto questa scena. E' lì che ho già pianto per questo dolore. 
E ho pianto per quasi tutta la proiezione del film. Lacrime buone, che fanno bene. "A mano a mano si scioglie nel pianto" il silenzio. Si scioglie nel pianto la miseria della nostra condizione umana. Ma anche la felicità. I tratti di splendore che illuminano ogni vita. Si scioglie nel pianto l'amore che, come aveva già detto Ozpetek, è "una mazzata fra capo e collo". La vita che a volte ci spoglia e ci lascia nudi sul balcone ad aspettare che piova. O che arrivi il sole, da qualche angolo di cielo, che proprio non te l'aspettavi. La vita che è imperfetta come due genitori che lo sanno che non si litiga davanti ai figli. Che lo sanno che i bambini curvano le spalle e fanno quella faccia lì, ma, lo stesso, non sanno fermarsi. Si scioglie nel pianto il mondo che è pieno di gente che si ama, ma che, ormai, sa parlarsi solo dandosi la schiena. Come se guardarsi negli occhi fosse diventato insopportabile. Si scioglie nel pianto ogni storia in cui ci sono persone che si ammalano, che però guariscono. Ma anche no. E se ne vanno ancora carichi di desideri. Di sorrisi sghembi. Di occhi affamati. 
Ho amato questo film, e questo mio nuovo amore non credo si consumerà tutto stanotte.
Ho amato questo film e quella musichetta malinconica che ritorna.
Ho amato questo film perchè le storie che mi passavano davanti agli occhi le sentivo così vere da poterci entrare dentro in ogni momento. Rischiando però di non poterne più uscire. 
Fui felice quando seppi che Kasia Smutniak sarebbe stata la protagonista femminile. Un pò meno (leggi: molto meno) di Francesco Arca come protagonista maschile. E invece Arca è stato bravissimo. E la sua imponente ed ingombrante fisicità è diventata solo uno strumento per esprimere Antonio, il suo personaggio. 

Antonio che non riesce sempre a fare la cosa giusta. Che annaspa dietro ad Elena, che sembra così perfetta. Antonio che ama con la purezza disarmante dei bambini.
Ah, vorrei dirvi tante altre cose! Dei splendidi battibecchi amorosi fra Viviana/ Dora ed Anna. Elena Sofia Ricci e Carla Signoris. Della voglia immensa di vita che c'è nelle risate spaventate di Egle. Paola Minaccioni. Degli occhi belli di Silvia. Carolina Crescentini. Dell' umanità di Diana. Giulia Michelini. Della bellezza sfacciata ed esasperata di Maricla. Luisa Ranieri. Di Maria Sole Piccinni, una meravigliosa piccola attrice, che esprime, in maniera eccellente, il triste disagio che, a volte, vivono i bambini nelle loro famiglie. Vorrei passare questa nottata appena cominciata a scrivere di questo film, ma non posso. Non sarebbe giusto. Andate al cinema a vedere "Allacciate le cinture", se vi va, e poi ne parleremo. Di come  un sentiero che porta al mare possa sbrecciare i confini del tempo. Di un corpo. Di un foulard rosso.


Non ho cenato stasera per la troppa emozione. Solo una birra. Patatine in busta alternate a semi di zucca e di girasole (per non sentirmi troppo in colpa). E poi gli ultimi scampoli di dolci del mio compleanno. Il mio tiramisù e la torta caprese della mia amica Valeria. Non chiedetemi le ricette, son quasi le due di notte. Sono di sicuro in qualche post più vecchio. Buonanotte, vostra giò.

giovedì 27 febbraio 2014

- Rosso Istanbul - Ferzan Ozpetek



Ferzan Ozpetek sta per tornare sul grande schermo con un nuovo film, “Allacciate le cinture”. Dobbiamo attendere solo (si fa per dire) altri sette giorni.
Intanto, lo scorso novembre, il regista turco ha pubblicato il suo primo libro.
“Amore. Che cos’ ho imparato sull’amore? Quello che ho imparato sull’amore è che l’amore esiste … Ho imparato che l’amore non sa né leggere né scrivere. Che nei sentimenti siamo guidati da leggi misteriose, forse il destino o forse un miraggio, comunque qualcosa di imperscrutabile e inspiegabile. Perché, in fondo, non esiste mai un motivo per cui ti innamori. Succede e basta. E’ un entrare nel mistero: bisogna superare il confine, varcare la soglia. E cercare di rimanerci, in questo mistero, il più a lungo possibile”. Ferzan Ozpetek, “Rosso Istanbul”.



In copertina ci ha regalato una foto di sua madre da giovane. Uno sguardo altrove e trasognato. Una grande donna, di cui si parla molto fra queste pagine (anche se il libro non è propriamente autobiografico). Una madre che lo chiama all’alba, con l’urgenza che hanno solo i vecchi, per dirgli: -niente conta più dell’amore-. Come se fosse una scoperta sensazionale. O forse, semplicemente, il senso della vita.
“Rosso Istanbul” racconta di un ritorno. Al passato. Ad un posto felice dell’infanzia.  Ad una città, Istanbul, che se fosse un colore, sarebbe il rosso. Come i tramonti sul Bosforo. Come lo smalto sulle unghie di sua madre. Che ora, per la crudeltà del tempo che le è passato addosso, per piacere al suo fisioterapista, di rosso chiede una tuta da ginnastica. Ancora, soprattutto, è un libro sull’amore. Sull’ ineluttabilità di questo sentimento. L’unico che rende una vita degna di essere vissuta.
Il romanzo ha inizio su un aereo che da Roma va ad Istanbul.  Seduti vicino, ci sono un regista turco ed una coppia sposata, Anna e Michele. Il romanzo racconta due storie. Separatamente. “Lui”, “Lei” c’è scritto sopra il titolo di ogni capitolo. E se per il protagonista maschile (che ricorda tanto l’autore), questo viaggio è un ritorno a casa, per Anna Istanbul è tutta da scoprire. Le due storie, in queste pagine, si sfiorano più volte. Si avvicinano, ma non si toccano. Almeno fino alla fine. Dove, in una notte in cui tutto può ancora succedere, la verità del regista e quella di Anna si incastrano.
La prima cosa che ho fatto, dopo aver letto ROSSO ISTANBUL (due volte), è stato andarmi a rivedere tutti i film di Ozpetek. La lettura di queste 111 pagine, mi ha messo in mano nuovi elementi per la comprensione delle sue pellicole. La zia zitella interpretata da Elena Sofia Ricci in “Mine Vaganti” , la ritroviamo anche nel libro. Come nel film, anche qui abbiamo una zia (zia Guzin) che  gridava “a ladro”quando, di notte, uno dei suoi amanti usciva dalla sua camera.  Ancora il regista turco del libro racconta una cosa  che gli piace fare: estraniarsi un momento sulla porta della sua cucina, per guardare i suoi amici, in quelle sere che son venuti a casa, e si mangia e si beve e si fanno i soliti discorsi attorno ad un tavolo. E non ho bisogno neanche di un secondo, per ricordarmi che  questa scena io l’ho già vissuta  in “Saturno contro”, con Luca Argentero.  -Ecco. Ci sono momenti come questo in cui riesco a sentirmi felice, non so bene perché … ma vedere Davide insieme ai nostri amici mi fa sentire al sicuro … so cosa dicono, cosa pensano e anche se son sempre le stesse cose, mi va bene così … Non voglio sorprese, novità, colpi di scena … voglio che tutto rimanga come è adesso … per sempre … anche se so che per sempre non esiste”.


Ad  Ozpetek piace considerarsi turco a Roma e romano in Turchia.
Adora vivere nella nostra Capitale, son ben trentasette anni che è in Italia. Tuttavia, non ha permesso al tempo trascorso qui di mettersi fra lui e la sua magica terra. Ha continuato a viverla. A tornarci. Per non dimenticare il profumo del tiglio e delle frittelle dei venditori ambulanti.
Con “Mine vaganti” il regista turco si innamorò del Salento. Di Lecce. Fu il suo primo film, girato in Italia, che non avesse Roma come location. Finora. Fino a “Allacciate le cinture” che sta per uscire. Ferzan è tornato a lavorare a Lecce. E, chi ha visto “Mine vaganti”, non avrà avuto problemi a capire perché questa città gli abbia conferito la cittadinanza onoraria. Dopo la visione di questa pellicola, si ha un solo desiderio: perdersi nei vicoli di questa terra luminosa. Ci si va apposta. Ci si torna apposta. Si cammina per le strade di Lecce, e ci si lascia sorpassare, ad ogni angolo, da quella giovane sposa impaurita che scappa da un destino già scritto per filo e per segno. Sembra di sentire i passi della gente al funerale di quella sposa divenuta con gli anni una nonna stravagante. Che nel suo testamento dirà :“La terra non può volere male all’albero”. Era lei la vera mina vagante della famiglia. Ognuno di noi è stato, almeno una volta nella vita, quella sposa. Quella mina vagante.

Ferzan è grande maestro nel raccontare la vita. Il suo sguardo d’insieme si sfilaccia in ogni inquadratura. Scruta l’animo umano, le debolezze, le manie. Ma anche gli slanci , i sogni realizzati e quelli rimasti impigliati in qualche albero, proprio come gli aquiloni della sua infanzia. Racconta l’amore, sopra ogni cosa. In tutte le sue possibili facce. Non è mai giudice supremo, deus ex machina. Piuttosto è un amico immaginario che cammina accanto ai suoi personaggi. Questi hanno vita propria, nemmeno lui può cambiare il destino che li attende. Però, è sempre lì, al loro fianco. Non li lascia. Non li perde.
Ci son frasi nel suo libro, così come in tutti i suoi film, che ti si fissano in testa. Che irrompono nella tua vita. E te la rovesciano. I suoi lavori si potrebbero definire “a rilascio graduale”. Come certe medicine, hanno il potere di guarirti. Dopo ogni suo film, si esce dalla sala arricchiti. E cambiati. Ozpetek ha il potere di trascinarti in mezzo alla storia dei suoi personaggi (Magnifica Presenza). Di farti crescere il cuore per accogliere un nuovo possibile dolore (Un giorno perfetto). Di spezzarti il respiro, mentre aspetti che la vita riprenda a scorrere, dopo uno strappo (Cuore sacro).  Di metterti in attesa di quella “mazzata fra capo e collo” , di cui parlava Ennio Fantastichini (Saturno contro). Perché niente conta più di quella mazzata. “Niente conta più dell’amore”. E forse, è vera e sacrosanta l’urgenza con cui la madre lo chiama all’ alba per svelargli, ogni volta,  questo segreto.
Il trailer del nuovo film è accompagnato dal brano  “A mano a mano”. Canzone di Cocciante, in una versione emozionante, quasi urlata di Rino Gaetano. Non è la prima volta che Ozpetek ci mette in mano bellissimi testi. Si pensi all’inedito “Sogno “ di Patty Pravo, a “Remedios”, brano del 1974,  cantato dalla grande Gabriella Ferri.  E poi, non manca mai nei suoi film, almeno una canzone dell’amica Sezen Aksu. Con le sue melodie struggenti come tutti i suoi film.

Ho molto apprezzato la scelta di Kasia Smutniak come protagonista femminile. Ma anche le altre donne del film sono splendide: Elena Sofia Ricci, Carolina Crescentini, Carla Signoris.
So che Ferzan, come me, adora cucinare e avere gli amici a casa. Mi sono interrogata seriamente su quale ricetta dedicargli, ho pensato che se (volesse il Cielo) capitasse ospite ad una mia cena, gli farei un piatto semplice, ma dal sapore deciso:
-Gli spaghetti con la colatura di alici di Cetara-
Ricetta per sei persone:
-600 gr di spaghetti (i miei amici vogliono il piatto pieno!)
-sei cucchiai di colatura di alici
- pane tostato e sbriciolato al momento
-3 spicchi di aglio
-pomodorini del Piennolo
-olio extra vergine d’oliva (si, ma deve essere quello buono)
-6,7 alici sotto sale

Si fa bollire l’acqua e si cuociono gli spaghetti (senza sale, la colatura è già salatissima!).
In una padella si fanno soffriggere l’olio con i pomodorini e l’aglio (leggermente schiacciato). Si scola la pasta al dente e si tuffa in padella, contemporaneamente si aggiungono la colatura e le alici salate (previamente passate sotto l’acqua),  il pane tostato nel forno e poi sbriciolato grossolanamente, prezzemolo e ancora olio evo a crudo.


“E quando trovi il coraggio di raccontarla, la tua storia, tutto cambia. Perché nel momento stesso in cui la vita si fa racconto, il buio si fa luce e la luce ti indica una strada. E adesso lo sai, il posto caldo, il posto al sud sei tu” Rosso Istanbul.
Mi piace concludere con questa frase del libro. Mi fa credere che ogni vita meriti di essere raccontata. E che siamo tutti in viaggio. Anche quando restiamo fermi. Anche quando non ce ne accorgiamo.
Un abbraccio, vostra giò.
Ah, il sei marzo andrò a vedere ALLACCIATE LE CINTURE. Poi vi dirò J


martedì 18 febbraio 2014

NEGRAMARO -Una storia semplice tour-



Giuliano ha grandi occhi che gridano almeno quanto la sua voce. 
Dita inanellate sul microfono vicinissimo alla bocca. 
Riesce a tenerti lì, in quel posto che non c’è, fra le sue mani e la sua voce. 
Solo quando stacca le labbra dal microfono ed accenna un sorriso, la vita riprende a scorrere come sempre. Ad infilarsi beata nello spazio vuoto fra i suoi incisivi larghi. 
E poi è dimagrito Giuliano. Lo dicono i suoi jeans stretti infilati dentro i bikers.
Almeno una volta nella vita, farebbe bene a tutti partecipare ad un concerto dei Negramaro.
Si perché i sei musicisti del Salento che compongono il gruppo (Giuliano Sangiorgi voce, chitarra e piano, Emanuele Spedicato chitarra, Ermanno Carlà basso, Danilo Tasco batteria, Andrea Mariano piano, tastiere e sintetizzatore ed Andrea De Rocco campionatore)  sono una vera forza della natura. 

Si portano addosso con orgoglio i segni del sole della loro terra. 
La fantasia, l’energia di tutti i popoli del Sud del mondo. 
Proprio come per il “Negroamaro”, il vitigno del Salento da cui il gruppo prende il nome, il sole è elemento indispensabile nei testi di Sangiorgi. Spesso vi  troviamo la parola “sole”. “Amore dai, dai, dai muovimi il sole …”  “Non ti accorgi che son io a farlo scivolare sotto i piedi e sotto il sole tutto il resto muore …” “Ti sembra niente il sole!” rivisitazione di “Meraviglioso” di Modugno. Insomma il sole c’è sempre. I Negramaro ce l’hanno sotto la pelle, nel cuore. E anche nelle giornate senza luce e senza gioia che a tutti capitano, loro prendono il sole e lo mettono in parole. “Parole” già. Anche questo è un termine che torna spesso nelle loro canzoni. 
Sangiorgi è uno che ama le parole, forse, addirittura, più della musica. 
Anche se in “Un passo indietro” aveva detto:  -Un passo avanti ed ora io, io non parlo più e tra le mani, mani stringo a che servon le parole …”.


“Una storia semplice tour 2013” si è concluso ed è stato un grande successo. 
La band ha festeggiato e suggellato con questo disco e questo tour i suoi primi dieci anni di vita. I concerti hanno fatto il sold out da Torino ad Acireale. Grandi ospiti, amici dei Negramaro, sono intervenuti ai loro concerti. Fiorello, Biagio Antonacci, Niccolò Fabi, Pino Daniele ed altri ancora.
“Ti è mai successo”, primo singolo estratto dall’album “Una storia semplice”, è la canzone con cui i Negramaro son riusciti a fare rock “senza sporcare le chitarre”, così ha detto il frontman del gruppo. La canzone è rock nelle parole.
“Ti è mai successo di sentirti al centro/al centro di ogni cosa/al centro di questo universo/e mentre il mondo gira, lascialo girare chè tanto pensi di essere l’unico a poterlo fare/sei così al centro che se vuoi lo puoi anche fermare/cambiando il senso della direzione per tornare/nei luoghi e il tempo in cui hai perso ali sogni e cuore/a me è successo e ora so volare”.

Questa canzone parla di un viaggio. Vero, metaforico, non importa. Forse Sangiorgi parla di sé. Eppure, può riguardare ognuno di noi. Perché  tutti abbiamo avuto un tempo in cui ci sentivamo al centro del mondo, vento in poppa, si poteva intraprendere qualsiasi direzione si volesse. Tutto era ancora possibile. E così, ci siamo buttati. Sentivamo di avere le ali. E siamo approdati, o forse tornati, in quei luoghi “in cui hai trovato ali, sogni e cuore”. Però non potevamo restare lì per sempre. Per quell’inquietudine che spinge altrove. “Felicità è qualcosa da cercare senza mai trovare”. Nell’ultima strofa della canzone, l’autore si rende conto che “restare in bilico è meglio che cadere, a me è successo e ora so restare”. Ecco l’universalità di questo viaggio. Il cantautore salentino è un grande comunicatore. Riesce a trovare le parole che spostano il centro: da lui a chi lo ascolta. Perché Sangiorgi lo sa, si che lo sa, che è successo a tutti di sentirsi così: invincibili e inquieti. Che ci sono tratti di splendore che attraversano ogni vita. E ali che spuntano su tutte le schiene, per volare  “oltre i muri e i confini del mondo verso un cielo più alto e profondo”. Ma che c’è anche un tempo per “voler tornare a tutto quello che credevi fosse da fuggire”.

Finiti i concerti, Giuliano ha scritto un post bellissimo sulla pagina face book dei Negramaro. L’ha intitolato “Chi sei”. Racconta le sensazioni che si provano il giorno dopo un tour intenso come questo. Parla di come la vita si sia capovolta e poi rovesciata in mezzo a tutte le mani che ha toccato, gli occhi che ha incrociato, le voci che si sono sovrapposte alla sua. E’ un uomo nuovo quello che è tornato a casa ed ha imbracciato la chitarra che lo aspettava lì, quella che non porta ai concerti. E’ un uomo arricchito da tutta la vita e l’energia che ha incontrato e fatto sue. In uno scambio voluto e pieno fra la sua band e i fan.
“Una storia semplice tour” è  finito, ma l’energia di questi sei musicisti non si può contenere. Non sono stanchi, no. C’è troppa vita, troppa musica che gli esplode in petto. Così Sangiorgi conclude il suo lungo post: -Quello che ascolterete prestissimo avrà la vostra faccia. Una canzone con tutte le vostre facce, sempre. Non si è soli dopo un tour come questo. Si è infinite anime in un riflesso solo.”.
Il 24 gennaio scorso, questo ragazzo di Copertino ha compiuto trentacinque anni.

E’ un’artista esplosivo. Scrive testi e musiche per la sua band. Ma anche per altri cantanti. E poi ha sempre tenuto aperto il canale di comunicazione col cinema. Suo è il primo rockumentary italiano “Dall’altra parte della luna”.
Meravigliosi  i duetti “Ti vorrei sollevare” e “Basta così”  con Elisa. Un cuore solo non potrebbe mai reggere tutta l’emozione di quelle due voci straordinarie che si aspettano, si mischiano, si baciano, si corrono incontro e non si perdono mai.
Indimenticabile anche l’esibizione in coppia con Fiorella Mannoia sul palco di Campovolo per il concerto “Italia loves Emilia”. Mentre cantano “Anna e Marco”, gli occhi vanno istintivamente su. Perché è una notte magica quella. E Giuliano e Fiorella sembrano crederci davvero che, da un momento all’altro, fra le stelle, possa affacciarsi proprio Lucio Dalla e fargli un sorriso.
I Negramaro ne hanno fatta di strada. Dalle cantine leccesi dove suonavano agli esordi, sono arrivati ad un disco (“La Finestra”) registrato a San Francisco (nel 2007). Sono arrivati al grande successo di oggi. Di questo tour. Ma, forse, il segreto di questi ragazzi è proprio quello di saper sempre tornare “nei luoghi e il tempo in cui hai trovato ali, sogni e cuore”.
E visto che in questo blog si condividono ricette, anche quando si parla di musica e parole ed emozioni, mi piace concludere con questa immagine di Giuliano ai fornelli.
Magari sarà lui stesso a raccontarci cosa stava cucinando ... un abbraccione, vostra giò :))









venerdì 6 dicembre 2013

"Io non appartengo più" Roberto Vecchioni




“E si portano dietro quel giorno
sfiorato di prime tremanti parole,
come amore alla faccia del mondo,
come l’unica via per non essere sole
come il sole all’ inferno,
come un fiore d’inverno
e l’inizio di un sogno …” -Due Madri-
Roberto Vecchioni è tornato a farci sognare. L’8 ottobre è uscito il suo ultimo album: “Io non appartengo più”. La vera rivoluzione di questo disco, per me, è tutta nella canzone "Due madri".
Si, perché Vecchioni che  racconta  poeti, combattenti e grandi donne, lo conosciamo già. Così come sappiamo che, lungo i suoi anni, ha cantato canzoni per i figli, per l’amata Daria, per gli amici. Anche a Dio ha urlato parole e preghiere. Ora, in questa ballata dolcissima, ci ritroviamo,  per la prima volta, di fronte ad un Vecchioni  nonno che canta alle nipotine. Nina e Cloe, le figlie di Francesca  Vecchioni e della sua compagna Alessandra. Lui prova a spiegare alle bambine la loro eccezionale condizione di avere due madri. E, se da una parte lo fa con la sua solita incantevole poesia, dall’altra almanacca sulla perdita dei sogni. Si affida a queste bambine “baciate all’ultimo confine”, come dirà in un’altra canzone. Son loro che devono prenderlo per mano ora. Indicargli la strada da percorrere. A lui, uomo di settant’anni, che ha già camminato tanto, non importa dove lo condurranno. Vuole solo stare con loro. Per me “Due Madri” è l’ autentico testamento amoroso di un nonno che vuole mettere in guardia, proteggere, se fosse possibile,  le sue nipotine dai “ tanti  tamburi di latta del mondo normale”. Dice delle cose, altre appena le accenna. Come se questo testo debba essere recepito in due tempi. Una parte è per Nina e Cloe piccole, un’altra attenderà che crescano. Ci sarà un altro tempo per capire bene cosa voleva dire quel nonno “un po’ anormale”.
Roberto è un Uomo. Uno che ci ha messo sempre la faccia nelle cose che ha fatto. Che si è preso la responsabilità delle sue parole, pure quando erano forti, scomode. Anche questa volta, racconta le sue emozioni. Avrebbe potuto lasciare nell’intimità della sua famiglia questa vicenda delicata e bellissima. E invece no. Lui, come sempre ha fatto, racconta di sé, di ciò che accade nella sua vita. Non può rimanere in silenzio di fronte alla gioia che queste bambine gli hanno portato, “alla faccia del mondo”.
Incontro il Professore lunedì 14 ottobre, alla libreria Feltrinelli  di Piazza dei Martiri a Napoli. E’ qui per presentare il disco “Io non appartengo più”. Disco che sto bevendo a grandi sorsate da una settimana, ma la mia sete non passa. Neanche un po’. Mi sveglio felice, quando so che quello appena iniziato è un giorno in cui lo incontrerò. Perché, il Professore, io lo incontro spesso. Fa bene al cuore mio sentirlo cantare live. E parlare. Mi ha insegnato tante cose in questi anni!Lo ho visto l’ultima volta a luglio. Un concerto a Montemiletto, Irpinia.  Si, ma a me non basta godere della sua musica e delle sue parole dal palco. Io, ogni volta, cerco di parlargli prima o dopo il concerto. Ho sempre per lui qualche lettera d’amore, qualcosa da chiedergli, una foto “col sorriso deficiente” da aggiungere alle altre che abbiamo già fatto in questi otto anni, in cui lui è entrato nella mia vita, per non uscirne più.
Oggi, poi, sono più emozionata del solito perché ci sono queste canzoni nuove che mi riempiono la testa. E, fra un po’, potrò sentire proprio dalla sua voce, cosa c’è dentro e dietro ad ognuno di questi nuovi brani. Io e mio marito Christian arriviamo che  la sala è già piena, ma succede che si liberano due posti proprio sotto i nostri occhi. Appena, però, mi rendo conto che da quella posizione non riesco a vedere la sua faccia, lascio perdere la sedia e mi vado ad infilare più avanti, per terra, lungo lo stretto corridoio che porta alla cattedra. E chissenefrega se in quella posizione ci son solo adolescenti invaghite. A dirigere l’incontro c’è il giornalista de “Il Mattino” Federico  Vacalebre, grande ammiratore  di Vecchioni. E’ felice di parlare di queste canzoni. Di questa “figlia” diventata madre. Dice che gli piacerebbe che oggi suo figlio, attraverso Roberto e la sua canzone “Ho conosciuto il dolore”, si avvicinasse a Montale. Come lui, tanti anni fa, per una sua canzone intitolata “A. R.” , ha scoperto Arthur Rimbaud. Qualcuno ha parlato di questo album come di un soliloquio davanti alla morte. –Invece c’è tanta gioia e tanta vita in queste canzoni-  afferma Roberto. E io, che l’album l’ho già ascoltato bene, son d’accordo con lui. Questi testi sono carichi di gioia, di serenità, di emozioni positive. Anche quando parla con Dio, con la Morte, io non ho avvertito sentimenti negativi. Nessun rimpianto, neanche un rimorso. Come se, dall’alto dei suoi anni e della sua storia, l’autore fosse in grado di un sguardo d’insieme sulla vita e sui fatti. Pure quando parla al Dolore, mi è arrivata consapevolezza più che rabbia. “Ho conosciuto il dolore ed ho avuto pietà di lui, della sua solitudine, delle sue dita da ragno, di essere condannato al suo mestiere, condannato al suo dolore … “.
Emblematica la copertina: Roberto è ancora un combattente, un boxeur, ma è solo al centro del ring. In poltrona, coi suoi libri. E lo sguardo interrogativo rivolto a Dio.
Ho scoperto questo meraviglioso cantautore un pomeriggio d’inverno di quasi otto anni fa. Era il 24 gennaio. Me lo ricordo bene, era il giorno del primo compleanno di mio figlio Lorenzo. E io stavo cucinando a più non posso per la grande festa che avremmo fatto quella sera a casa nostra. Christian mi aveva regalato il suo album “Il lanciatore di coltelli” . Infilai il cd nel lettore. Con un semplice, piccolo gesto, entrai dentro un mondo vibrante di emozioni. Di poesia. Di storie. Anche tristi, ma di una tristezza  deliziosa (Vedi –Gustav e Tadzio- ). Fino a quel momento io, di Vecchioni, conoscevo solo “Le lettere d’amore” . Canzone che ha avuto due grandi meriti nella mia vita: farmi conoscere Fernando Pessoa e ancora farmi capire che non ero sola e non ero ridicola con le mie lettere d’amore. Anzi, che avrei dovuto continuare a scriverle. E a proteggerle come il mio bene più prezioso. E’ ancora la mia canzone preferita. “ E scrivere d’amore, e scrivere d’amore anche se si fa ridere, anche quando la guardi, anche mentre la perdi quello che conta è scrivere; e non aver paura non aver mai paura di essere ridicoli; solo chi non ha scritto mai lettere d’amore, fa veramente ridere …”.
Il Professore è in gran forma. Dice che questa energia gliel’ha data proprio il nuovo disco. E, nonostante sia stato per almeno due mesi rinchiuso in sala registrazione, fra le sue carte, beh, quando ha terminato il suo lavoro, una felicità piena l’ha travolto. – Però ci ho rimesso sette, otto chili. E  per me sono tanti. Perché io, giusto quello peso!- Dice.
Si parte con “Esodo” e si conclude con “Io non appartengo più”.
E’ un concept album.
“Io sono là,
dove è sempre stato l’uomo,
viaggiatore vincente
del suo dolore,
nel teatro dove non recita,
ma vive le parole …
… sono nelle parole che
Non risolvono il giorno,
ma l’eternità …”
Ecco, il disco parte altissimo. Con la poesia e la musicalità antica delle parole greche (ritornello).  Vecchioni ci porta al momento in cui l’Edipo di Sofocle sta morendo. Dio lo sta chiamando a sé. Edipo è pronto, consapevole. Vecchioni si identifica in lui. Dopo cinquant’anni di canzoni e parole, si tira fuori da “questo inventario di suppellettili”. Oggi appartiene solo a se stesso. Alla sua famiglia. Agli amici. Alla poesia.
Gli uomini sono sempre al centro dei suoi madrigali. E pure quando la loro meschinità lo fa arrabbiare, pure quando gli grida contro, non sa smettere di amarli. Anzi, le donne più che gli uomini in senso lato. Vecchioni è un uomo che ama le donne. Che guarda a loro come essere straordinari. “Le mie ragazze”, che negli anni son diventate “Le mie donne”. Si, quelle che “Non hanno prezzo e non si vendono, si regalano per molto meno e molto più”. E son tante le canzoni dedicate alle donne. Sia quelle della sua vita, sia quelle famose come Alda Merini, Celia de la Serna, Rosa Luxemburg, Wislawa Szymborska premio Nobel per la letteratura nel 1996. Donne straordinarie e donne comuni. Tutte con la stessa grande capacità di amare. Di trovare bellezza anche dove gli uomini (questa volta in senso stretto), non riescono a vederla. “La bellezza (Gustav e Tadzio)”  che aveva cantato ispirandosi a “La morte a Venezia” di Thomas Mann. La bellezza a cui sembra rivolgersi anche nella canzone “Sei nel mio cuore” .
In ”Il Miracolo segreto” il riferimento al racconto di Borges (che ha lo stesso titolo) è manifesto. In questa canzone l’autore vorrebbe, nel momento preciso in cui la vita finisce, ricevere un dono da Dio: un anno di tempo. “…  per tornare ancora indietro, ritrovare le cose che ho lasciato chissà dove, dammi un anno di tempo per riscrivere parole … non ti chiedo di continuare a vivere e ad amare, non ti chiedo di stringere chi mi son visto andare, ma solamente il tempo per potere ricordare …” . Il Professore è spesso faccia a faccia con la morte. Forse c’entra “Il brigante nell’angolo, nascosto, vigliacco, battuto tumore” in questo continuo confrontarsi con la fine. D’altronde son voli che il nostro Roberto ha sempre fatto. Si pensi a “Viola d’inverno”. A “Mi porterò”. In “Così si va” la vita che scivola via conserva tutto il suo incanto. E’ miele e non vetro nella bocca di un uomo ancora innamorato ed emozionato. C’è la consapevolezza di aver avuto giorni pieni e meravigliosi. “Ci si innamora dell’amore e non si torna indietro mai, ci si innamora dell’amore il solo disperato vivere che hai, ci si innamora dell’amore cantando voci in un silenzio, dolce impigliato sentimento in questa mia felicità …”.
La canzone “Stelle” mi fa pensare subito ad un’altra sua canzone: la già citata “ Le lettere d’amore”. “Ma gli sfuggì che il senso delle stelle non è quello di un uomo e si rivide nella pena di quel brillare inutile, di quel brillar lontano …” . Come a ricordare, ancora una volta, che gli uomini devono mettere i sentimenti al centro della loro vita. E non perdersi in astrazioni e teoremi. E non dimenticare mai che, per quanto brillino, le stelle non scaldano. Sono gli abbracci, i corpi che danno calore.
“Come fai?” scritta a quattro mani col mio adorato Giuliano Sangiorgi, mi colpisce prima per la musica (di Lucio Fabbri)e poi per le parole. Le note sono soavi, farfalle che si posano sul viso. Ci si interroga sulla grandezza di Dio. “Come fai/A camminare il mio pensiero?/Come fai a essere in ogni parte di mondo che non ha terra/ e nemmeno cielo?... Essere sempre Amore?”.
 Sono partita con “Due madri” e termino con “Sui ricordi”.
Le mie due canzoni preferite in questo disco.
 –Non me ne volere Professore mio, se ho rivoluzionato la playlist, il concept.
 Il cerchio magico della tua vita si apre e si chiude (per me) dentro la tua famiglia-
“Ricorda quando ti ho perduto,
ricorda quando son caduto,
ricorda quando mi hai tenuto
appeso al mondo con un dito
Ricorda la teoria di stelle
Su e giù impazzite per la pelle
Quando ero nulla e mi sfioravi,
quando eri tanto e mi sognavi, mi sognavi”.
Eh si, Roberto vuole decidere proprio tutto della sua vita!
Vorrebbe che Daria, sua moglie, lo ricordasse per come è veramente. La tenerezza. Le idee. La forza e tutte le fragilità. Senza trasfigurarlo come faranno gli altri.  Senza idealizzarlo, dimenticando “tutte le manie di quel cialtrone che io sono, le indecifrabili ironie che non ho chiesto mai perdono … “ .
L’incontro sta per concludersi. Roberto ha ascoltato tutti con grande interesse. E’ luminoso, almeno quanto le sue stelle. Due sono gli interventi che mi hanno emozionano più di tutti: quello di Peppino che dice di essere qui oggi, ma non ha domande da fargli, perché nel tempo lui gli ha già dato tutte le risposte che cercava. Vuole solo abbracciarlo. Per tutta la vita ha ascoltato le sue parole, ora vuole sentire il calore del suo corpo. E poi c’è un ragazzo ventenne, biondo, con una maglietta con la faccia di Fabrizio De Andrè, che gli vuole far sapere che lui, il Professore, è molto amato anche dalla sua generazione. Anche se sono piccoli e lo conoscono da poco.
Io gli dico che scriverò di questo album. Gli chiedo se posso usare una foto che ci siamo fatti qualche anno prima, visto che oggi le foto non le farà, lui mi dice di sì.
- Si, se sono venuto bene in quella foto, non ci sono problemi!-
Anche stavolta ho qualcosa da dargli:  una canzone.
Con un incredibile atto di superbia mi sono messa nei panni di un artista che, per tutta la sua vita, ha trasfigurato gli uomini, reinventandone a volte il destino, come in Euridice. Con mio grande stupore, esce dall’ingresso principale della Feltrinelli. Mi passa accanto mentre cerco un libro. Quest’uomo col sigaro in bocca è candidato al Premio Nobel per la letteratura e non ci sono folle ad attenderlo mentre se ne va. Sarà che la poesia è veramente un bene per pochi.

 Questo racconto è stato pubblicato sul numero 48 di "Confidenze fra amiche".
Poi è stato condiviso sulla pagina ufficiale di Roberto Vecchioni. 
Con mia grande gioia!






lunedì 17 giugno 2013

Magia di Gallipoli. Salento nel cuore.

Da dove partire in mezzo a tanta bellezza?

Magari dagli occhi neri di quella ballerina di pizzica vista l’altra sera. Con che sguardo malizioso tratteneva a sé il suo compagno di ballo. Lui la circondava, la corteggiava, la sfiorava, ma non la toccava mai. Se non con gli occhi. L’unico contatto fra loro due era questo foulard rosso fuoco, che si passavano mentre ballavano. Lui la abbracciava nel foulard mentre lei volteggiava velocissima, ma ad ogni giro si soffermava negli occhi desiderosi di lui. Poi lei gli porta via il drappello, si schermisce dietro quel brandello di stoffa e fa la smorfiosa ancora un po’. Ecco: al diavolo la magra Gwyneth Paltrow e i suoi biondi capelli. Stasera, qui, in questo momento vorrei essere mora che più non si potrebbe. Vorrei avere le forme morbide della mia amica ballerina e i suoi occhi ammiccanti. Si, vorrei essere io questa amica salentina. Almeno per questa notte. E muovermi come sa fare lei, dentro la sua lunga gonna bianca che sapientemente ogni tanto tira su.
Io non arrivo qui dalla Finlandia, ma da un’altra regione del sud, eppure questa terra mi ha stregato subito. Mi piace. E più vedo le stesse facce ad ogni sagra, più mi piace l’idea che questa gente scenda ogni sera a ballare nelle piazze. E non conta l’età e non conta il fisico. Conta la voglia. Ho visto signore che avevano passato pure i 70 ballare e divertirsi come bambine. Magia di Gallipoli. Magia della Pizzica. Questa danza che echeggia tempi lontani di corteggiamento nei campi, quando la vita forse era più semplice. Questa antica semplicità il Salento non l’ha mai persa.
Ieri sera poi mi imbatto per caso (cioè mio marito aveva scaricato il programma da internet, per me ci siamo arrivati sospinti dal vento caldo del Salento, che sa di mare e di spaghetti con le vongole) in una Gallipoli da mangiare e da godere. C’era la serata conclusiva della manifestazione “Strade golose 2012”. Una vera manna piovuta da un cielo, che invece pioggia non ne cede da un bel po’. E che dire del fatto che siamo solo io e mio marito, due adulti liberi e consenzienti nel voler camminare a lungo senza fermarci mai? Senza i due adorati figli di cui il grande (Lorenzo), dopo tre passi cerca subito una panchina, e la piccola (Isabel Patrizia), che, dopo due minuti nel passeggino, vuole subito scendere e correre. Ma, visti i 18 mesi di vita che ha, si “scapizza” di lì a poco. Non mi sembra vero. E non mi sento in colpa nemmeno un po’ per averli lasciati alla nonna. Partiamo!
Cominciamo subito assaggiando i formaggi. Sublimi. Il pecorino di media stagionatura è quello che preferisco. Ma che gioia pure la ricotta nella pampanella (foglia) di fico! Passiamo all’olio. E dagli uliveti che si vedono in giro, va da sé che ne producono tanto. E quant’è buono sul pane! Taralucci al peperoncino, alle olive, alla cipolla. Pitta, pittule. Marmellate di ortaggi e scapece salentina di alici. Zuppa di cicerchia e gamberi. Puccia e pomodori secchi che qua davvero son messi ad essiccare al sole. E li ho visti coi miei occhi non solo nei campi, ma anche su tutti i balconi di Gallipoli.Passiamo ai dolci. Non passiamo invece per la wine-zone, perché fa caldo e già solo un mezzo bicchiere di Primitivo di Manduria, mi è andato tutto in testa. Per i dolci la scelta è ancora più vasta. Biscotti ai pistacchi, dolcetti all’anice, caffettini salentini, africani. La mandorla salentina è regina di questo banchetto. La si può acquistare anche fresca in tutte le frutterie. C’è un pasticciere dietro un banchetto che prepara i  confetti alla mandorla in una grande pentola di rame sospesa sul fuoco e, dall’alto, un piccolo contenitore magico rilascia miele durante la cottura. C’è un grande stand dei pasticcieri salentini, che hanno preparato una enorme torta da offrire ai golosi passanti. Che profumo nell’aria di pasticciotti in cottura … bè, non ci sono parole adeguate per raccontarlo. Non avevo un grande ricordi dei pasticciotti, mi  sono ricreduta volentieri. Questo che ho in bocca ora, é meraviglioso. Caldo. Mi ha lasciato l’odore di buono nelle mani. E se lo dico io che sono la regina della pasta frolla, vi potete fidare! –Ma la frolla è aromatizzata all’arancia?- Chiedo al pasticciere che li sta adagiando nelle formine per cuocerli. –Anche la crema signora!Tutte e due! - Sono sicura che a rendere così friabile questa frolla ci sia lo zampino della sugna. Ma non posso chiederlo al mio amico pasticciere, è già di spalle a infornare nuovi deliziosi pasticciotti.  Andando via non disdegniamo un altro maghetto col cappello lungo lungo che ci offre una mousse al cioccolato. Ancora gioia per la bocca. Portiamoci via qualcosa! Sicuramente dei pasticciotti per la colazione di domani e poi il Primitivo di Manduria, i tarallucci alla cipolla, il pecorino e i confetti alla mandorla. Impacchettatemi vi prego anche il vento caldo che soffia in questi vicoli. La mia ballerina di Pizzica, il mare, l’asta del pesce che si fa al porto al tramonto e pure i cocomerini che sono tanto più buoni dei cetrioli. Siamo stanchi dopo tre ore che camminiamo, ma anche sazi. E non solo nella pancia. E mentre qualcuno spiega alla sua platea le virtù del gambero viola di Gallipoli, ci avviamo al centro storico per salutare una vecchietta ad un balcone. Lo sapevo. E’ là anche stasera. E dove altrimenti poteva essere? Essere là è come essere già in paradiso. Affacciata a questo balcone. Su questo mare. La sua testolina grigia si confonde quasi fra i vasi dei fiori. Mio marito azzarda un pensiero poetico:”Pensa questa signora si è svegliata qui davanti a tutta questa bellezza per tutta la sua vita “. E io aggiungo: “Ci vuole fortuna pure per essere vecchi!E soli. Perchè in faccia a tanta bellezza, accanto a questa chiesetta dai profili azzurri, con tutte queste risate dei passanti che salgono al suo balcone, questa vecchia signora, non si sentirà mai tanto sola”.

Peccato che la mia macchinetta fotografica sia troppo basica per fermare questa immagine nel tempo. Allora mi giro un’ultima volta, qualche secondo in più, per trattenere nei miei occhi la mia vecchietta al suo balcone. Il vento caldo nei vicoli. L’asta del pesce al tramonto. Il mare del Salento. La mia amica ballerina. E tutte le cose buone che ho annusato e mangiato in questo posto. In mezzo alla magia di Gallipoli.